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L’incremento dei DA (Disturbi Alimentari) in questi due ultimi anni di Covid-19. Cosa è accaduto? Intervista al Dott. Leonardo Mendolicchio

L’alimentazione è un bisogno primario dell’uomo, come lo è di ogni essere vivente e l’esperienza alimentare è certamente uno degli aspetti più interessanti dei rapporti tra uomo, natura e società.
Esistono senza dubbio diversi modi di nutrirsi nel rispetto delle proprie esigenze e delle proprie abitudini, ma nei differenti tipi di alimentazione è facile incorrere in squilibri alimentari. In particolare modo, in questi due ultimi anni di covid-19, abbiamo assistito ad un forte incremento dei disturbi dell’alimentazione della nutrizione. Quasi sono stati i motivi di questo aumento vertiginoso? Cosa può fare il Sistema Sanitario Nazionale per assicurare migliori cure a chi è affetto dai Disturbi del Comportamento Alimentare? Quali sono i primi campanelli di allarme per riconoscere questa patologia? E quali consigli è possibile dare alle famiglie e agli adolescenti che vivono questo problema? Tutto questo ed altro ancora lo abbiamo chiesto al Dott. Leonardo Mendolicchio, Responsabile della U.O. Riabilitazione dei Disturbi Alimentari e della Nutrizione presso Auxologico Piancavallo e del centro ambulatoriale di Piancavallo.

Dott. Mendolicchio. in questi due anni difficili c'è stato un forte incremento dei disturbi dell'alimentazione e della nutrizione. Di quali numeri parliamo e perché è accaduto?

L’incidenza di un disturbo alimentare in epoca pre-covid era di 8-9 casi ogni 100.000 abitanti. Con l’arrivo della pandemia c’è stato un netto incremento dei pazienti. Ormai viaggiamo su un incremento di 12-13 casi su 100.000 abitanti. In Italia, il già importante peso in termini di salute pubblica dei disturbi alimentari è quasi raddoppiato: i tre milioni e mezzo di persone affette da Dan sono notevolmente aumentati. L’incremento è avvenuto prevalentemente nella fascia di età dai 10 ai 16 anni. Sul perché si possono fare alcune congetture: la fragilità tipica dell’età adolescenziale e preadolescenziale, unita al trauma dell’isolamento sociale e della dad, ha probabilmente minato gli equilibri psicofisici degli adolescenti.

Cosa può fare il Sistema Sanitario Nazionale per assicurare migliori cure a chi ne è affetto?

Il servizio sanitario nazionale deve investire in modo strutturato per la cura e la prevenzione dei disturbi alimentari. Per creare un argine all’emergenza è necessario innanzitutto potenziare quello che è presente sul territorio. Occorre poi diffondere i centri specializzati in ogni Regione per una cura rapida, inclusiva ed efficace.

Quali risultati ha prodotto il vostro dialogo con il ministero della Salute?

C’è stato il riconoscimento dei LEA, i livelli essenziali di assistenza, per i disturbi alimentari come realtà indipendente dalla salute mentale. Nel 2022 le regioni dovranno quindi garantire prestazioni gratuite ai pazienti affetti da anoressia, bulimia o altri disturbi alimentari senza incidere sulla spesa destinata alla salute mentale. Inoltre il governo ha stanziato nella Legge di Bilancio circa 25 milioni di euro, che saranno distribuiti alle Regioni per offrire percorsi di cura garantiti dai LEA sul territorio.

Quali sono i primi campanelli di allarme per riconoscere questa patologia?

Tra i primi campanelli di allarme c’è il cambiamento delle abitudini alimentari, collegato a cambiamenti emotivi relazionali e agli stili di vita. Ad esempio, un miglioramento delle performance scolastiche con l’incremento della rigidità nello studio, associato a una riduzione dell’intake calorico giornaliero, può essere segno di un esordio di anoressia, proprio perché tale malattia si radica in un pensiero performativo e rigido. È sempre meglio consultare uno specialista per una diagnosi rapida.

Quali consigli si sente di dare alle famiglie e agli adolescenti per prevenire e combattere i Disturbi Alimentari e della Nutrizione?

Bisogna essere sensibili con i nostri figli, evitando giudizi sugli stili alimentari o parole che stigmatizzano gli aspetti estetici. Importante è anche comprendere le difficoltà dei propri figli, confrontandosi con loro e dimostrando che gli adulti sono pronti a sostenerli nel percorso di crescita.

Marialuisa Roscino

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